Cosa significa essere liberali

Scrive l’Onorevole Antonio Martino una geniale risposta a cosa significa essere liberale

“Essere liberale oggi significa saper essere conservatore, quando si tratta di difendere libertà già acquisite, e radicale, quando si tratta di conquistare spazi di libertà ancora negati. Reazionario per recuperare libertà che sono andate smarrite, rivoluzionario quando la conquista della libertà non lascia spazio ad altrettante alternative. E progressista sempre, perché senza libertà non c’è progresso.”

Questa geniale definizione mostra che le parole progressista, conservatore, reazionario, rivoluzionario e radicale dicono tutto e dicono niente. Sono cioè aggettivi sostantivati che valgono e vivono solo nel contesto in cui sono definiti. Se, per esempio, un progressista lotta per un’idea e questa viene alfine accettata e seguita dalla Società, da quel momento, su quell’idea, il progressista diventa un conservatore. Il liberale invece resta sempre liberale perché è colui che in generale crede nelle libertà dell’uomo e in sostanza nell’individuo.
Da qui nascono alcune domande: quali sono le libertà di un uomo? E sono infinite? E perché le libertà di una persona sono da difendere? Sono da difendere perché siamo individui e non solo persone? Prima di rispondere leggete il seguente link
http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaC/cacciari1.htm
che serve per accendere una proficua discussione tra diverse visioni.

P.S.: Il termine “persona” indicava in origine la maschera utilizzata dall’attore teatrale per “in-personare” (entrare nella maschera, nel ruolo) il personaggio che interpretava. Individuo significa indivisibile, unico.

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Una risposta a Cosa significa essere liberali

  1. guido cacciari scrive:

    Premettendo che non sono il Cacciari autore dell’articolo in oggetto,
    vorrei far notare che quest’ultimo teorizza la difficoltà a definire “la libertà” come valore “attivo” (o “positivo”, ovviamente in senso giuridico, non morale) ed “assoluto”.

    Rispondo che molto più facile sarebbe definirla in senso “passivo” e “plurale”, come “assenza di ostacolo agli intenti individuali”.

    D’altronde, lo stesso sviluppo delle idee “liberali”, intese come la filosofia politica che ritiene funzione di un sistema giuridico difendere le “libertà individuali” (contro i pretesi superiori vantaggi “sociali”) generà una concezione del diritto cosiddetta “negativa”, che cioè vuole vietare gli ostacoli a tali intenti individuali (diritto negativo).

    In altre parole, essendo indefinibile la “libertà” in senso attivo ed assoluto (nessuno può in fondo decidere quale fine ogni individuo voglia perseguire al fine del proprio bene), l’unica possibilità giuridica è vietare la creazione di ostacoli alle volontarie attività umane (salvo il loro interferire, come in altre parole sosteneva Kant).

    A questo punto, siamo però passati da una definizione assoluta, ad una plurale: quella delle volontà umane attive degne di essere difese dagli ostacoli creati dai propri simili.

    Nell’era moderna, il più importante a definirle fu Locke, che ne definì quattro, e le consacrò “inalienabili”, fondando perciò il liberalismo (la parola “liberale” cominciò però ad essere utilizzata solo più tardi negli scritti di A. Smith, che ne studiò le conseguenze in economia), e identificando la parola “libertà” con quella di “diritti” (da assoluto a plurale).

    Nel secolo appena scorso, penso che il miglior filosofo e storico del liberalismo sia stato Hayek, che al contrario dei liberali “giusnaturalisti” (il giusnaturalismo in fondo non riesce a giustificare perché taluni diritti debbano essere considerati “naturali” ed altri no), ritiene che non vi sia un limite al numero (liberalismo “evoluzionista”) di tali “diritti” (intesi, ripeto, come intenti o volontà individuali passibili di ostacolo da parte di altri individui o gruppi), e che la loro origine non abbia alcunché di divino o di trascendente, bensì da ricrcarsi nel “senso comune”.

    Poiché, però, Hayek trova difficoltà nel definire il “senso comune”, il problema rimarrebbe aperto, anche se meglio definito e circostanziato.

    La mia soluzione è la seguente.
    Premesso che:
    - il liberalismo si identifica con l’individuazione di “diritti” in senso negativo (“è vietato etc . . . “) da esplicitarsi in una Costituzione;
    - tale identificazione non è assoluta né definitiva, bensì originata dal cangiante “senso comune” (Di chi? Risposta: di coloro che hanno almeno recepito il significato di diritto liberale, come descritto sopra.)

    La conclusione è che:
    sarebbe auspicabile un sito di liberali organizzato in modo da riuscire ad identificare tale senso comune, con l’obiettivo di creare una lista organizzata (Costituzione) di tali “diritti”.

    Questa lista organizzata costituirebbe quindi la “libertà”, così indefinibile per il mio illustre omonimo, nonché un obiettivo politico concreto per una filosofia politica attualmente molto incompresa (in quanto, appunto, indefinita).

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