(8) Libertà Assoluta – 2.1

PARIGI, OPÉRA

14 GENNAIO, ORE 13:00

Mi considero una persona abbastanza distaccata, eppure quando l’ho visto portare via da quell’ambulanza senza sirene sono rimasto tremendamente scosso. Non saprei nemmeno dire quanti anni avesse avuto Simon, prima che lo trovassero accasciato sul marciapiede accanto al suo cappello, ai fogli sfascicolati, alle sue parole. Lì, dove si trovava sempre, puntuale, ma con la schiena dritta e le mani sulle ginocchia.

In qualche modo, per qualche strana ragione, mi accorgo che gli volevo bene. Ritrovarlo ogni giorno era un sollievo per la mia ossessiva ricerca di precisione. Una rassicurazione. Ho parlato raramente con lui, ma gli devo molto. So che in fondo era soltanto un uomo che riempiva la propria solitudine dedicando poesie a turisti di passaggio, a sconosciuti, stranieri. Così da anni, con grazia. Non aveva smesso neppure quando i pantaloni si erano rotti, compressi tra il peso delle ginocchia e l’asfalto, chissà se lo ha fatto davanti alla morte. Non si sa come sia successo, si sa solo che alla mattina era vivo.

Alla mattina era vivo. Dieci ore prima di morire era vivo.

L’idea di un nesso tra quella stupida frase e la morte di Simon mi ha fatto compagnia per tutta la notte. Sarà che non ho mai amato cedere alla tentazione di lasciare al caso o al destino la facoltà di mettere insieme i pezzi della mia vita, non mi basta consolarmi collezionando coincidenze che confinano l’esistenza in un muto subire. Preferisco credere nell’intenzione, della volontà o della causa, anche se disperata. E allora quella frase è diventata ai miei occhi un’ammissione, un conteggio del tempo che rimane, una clessidra. Ogni minuto, un minuto di vita in meno, ogni respiro un secondo in meno, una storia arrivata alle sue ultime righe.

Avevo ancora quel libro, che osservavo ora con un senso di riluttanza. Era lì, gettato nella mia borsa. Colpevole. Solo riprendendolo in mano alla ricerca di non so bene che cosa mi sono accorto di un particolare anche abbastanza vistoso, ma che la scorsa mattina, sprofondato su quella poltrona color zabaione, mi era sfuggito: un’etichetta stropicciata appiccicata sul dorso, in basso. 833 GOE. Bibliothèque de l’Opéra.

E così, approfittando della libertà che il sabato concede, salgo senza troppo pensarci sulla linea 4 della metropolitana sopraelevata, diretto alla fermata Opéra. Mi siedo tra un gruppo di americani dalle voci accese. Portano scarpe da ginnastica e maglioni scoloriti. Le barbe arruffate fanno compagnia al modo sconnesso in cui ridono e si agitano sui sedili. Che diavolo spero di trovare? Che cosa faccio? Io non sono mica un detective… ci ho fantasticato, qualche volta, è normale, ma non lo sono mai diventato. E poi… chi lo dice che Simon sia stato ucciso. Magari è stato un malore, probabilmente era malato, magari ha voluto farla finita, magari…

Quando la metropolitana ferma all’incrocio tra Boulevard des Capucines e Place de L’Opéra sento il respiro abbandonarmi. A forza scendo le scale e attraverso la piazza assolata. Mi sento un ragazzo spedito impreparato a fare il suo ultimo esame. Mentre usciva dall’ingresso della biblioteca con in mano un libro sulle vesti della Corte di Francia, una ragazza mi guarda in modo strano: devo proprio avere un’espressione idiota. Eppure, mi piacciono le biblioteche, sono luoghi dove poter stazionare e leggere qualsiasi cosa venga in mente.

Nonostante l’esitazione mista a imbarazzo entro nella grande sala rotonda.

Una volta erano molto più affollate queste sale, prima che ci si convincesse davvero che tutto possa essere racchiuso in piccole schede di memoria.

Mi guardo intorno come se non avessi passato qui più tempo di quanto ne ho passato nella cucina del mio monolocale, solo che ora è tutto diverso. Colgo come ogni volto mi fissi compiaciuto, come a volermi dire “lo sapevamo, ti stavamo aspettando”. Sarebbe stato possibile, anzi addirittura facile prevederlo. Sono in trappola.

Una spia camuffata da ricercatore in pensione si annota i miei movimenti. Un’altra mi segue, è sempre stato alle mie spalle, già in ascensore. Come ho potuto non accorgermene… E… Quel tale ricurvo deve essere il capo, mi guarda, mi fissa, sorride. Beffardo, è capace di tutto. Viene verso di me – Giuda – tende la mano – ecco, è il segnale – e stringe quella della spia alle mie spalle. I due si salutano a occhi ridenti. Che piano ben calcolato, sembra tutto normale! Non mi fermo, tentare di tornare indietro sarebbe ormai impossibile, vado avanti: anche fingersi stupidi è un’arma a volte. Le tempie pulsano mentre sento la maglia gelida e sudata. Sono di fronte al giovane bibliotecario, biondissimo. Gli porgo il libro, non parlo mentre lui mi saluta educato. Lo prende, lo passa attraverso il lettore. Resta immobile, mi guarda.

“É sicuro di averlo preso qui, signore?”

“Si!, Cioè.. no, io non…”. 

“Questo libro è stato scartato già l’anno scorso. Chi lo ha sostituito si deve essere dimenticato di togliergli l’etichetta. Lo tenga pure, io non posso farlo rientrare”.

“Cosa?! Cioè… non lo ha preso… nessuno?”. Rispondo con voce quasi irritata.

“Mi spiace, almeno non di recente”. Sorride e mi porge il libro.

Imbarazzato, frustrato, gelato e rosso in faccia, prendo di nuovo quel maledetto libro e me ne torno verso l’uscita. Gli altri, nella sala, proseguono le loro faccende e nemmeno si accorgono che sto per uscire.

Nessuno ha ucciso Simon e io al posto che guardare le serie in tv devo imparare a farmi una vita. Stanchissimo, mi siedo sulle scale davanti alle colonne del teatro. La piazza, squadernata davanti a me sembra ospitare un inventario d’umanità più completo che mai. E se il libro fosse stato messo lì per qualcuno? Se non fosse un avvertimento ma un messaggio? Sciocchezze. Ma perché non mi tolgo dalla testa certi pensieri? Non dovrei lasciare che la fantasia mi distragga. Ora basta, niente più illusioni, mi sono fatto un giro e ora torno a casa. Ma prima… andrò a farmi un caffè al Chapelier fou.

Senza la sua popolazione di universitari il locale non sembra lo stesso. Louis sta preparando un gin tonic mentre la giovane cameriera si attarda a raccontare agli accorsi per l’occasione di quanta gente ci fosse il giorno prima per la strada. Sembra divertita: la curiosità, se gestita male, può diventare estremamente macabra.

Resto in disparte, non ho voglia di parlare. Un ometto con la giacca sulle spalle sta dicendo che c’è qualcosa di strano, che si ricorda che quando era giovane una volta era sparito il nuovo portiere del suo condominio. Doveva essere il 20** e lo ritrovarono dopo due mesi in Thailandia con la moglie dell’avvocato che abitava di fronte. Qualcun altro sta tenendo banco sostenendo che la polizia deve aprire un’indagine, si farà l’autopsia e solo allora potremo cercare di scoprire cosa è successo. Dice proprio potremo… Sento la sua voce affievolirsi mentre riprendo tra le mani il libro e comincio a leggerne qualche pagina.

È già buio quando me ne vado. Dopo tutto, non è stata una brutta giornata, forse la racconterò a qualche amico. Mentre mi allontano mi giungono ancora all’orecchio le voci dal locale, stridenti rispetto al silenzio della strada. Se non ci fosse nessuno mi metterei a canticchiare: l’adrenalina mi ha messo una strana euforia addosso. Anzi, mi fermo e lascio passare quell’uomo che cammina dietro di me, voglio rimanere da solo. Mi affianca, fa un cenno alzando appena il cappello… 

“Ma che cosa fa… aiuto!”

“Dammi. Quel. Libro”.

“Ma che cosa vuole, aiutoooo”.

“Non è per te.”

Cado a terra sotto gli strattoni dell’uomo che cerca di portarmi via la borsa.

“Lasciami, lasciami. Lasciamiii”. 

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