{"id":1652,"date":"2023-09-07T12:28:29","date_gmt":"2023-09-07T10:28:29","guid":{"rendered":"http:\/\/forzaliberta.com\/blog\/?p=1652"},"modified":"2023-09-07T12:28:29","modified_gmt":"2023-09-07T10:28:29","slug":"6-liberta-assoluta-1-2","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/forzaliberta.com\/blog\/2023\/09\/6-liberta-assoluta-1-2\/","title":{"rendered":"(6) Libert\u00e0 Assoluta &#8211; 1.2"},"content":{"rendered":"<div class=\"fcbkbttn_buttons_block\" id=\"fcbkbttn_left\"><div class=\"fcbkbttn_button\">\n                            <a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/100094185773449\" target=\"_blank\">\n                                <img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/forzaliberta.com\/blog\/wp-content\/plugins\/facebook-button-plugin\/images\/standard-facebook-ico.png\" alt=\"Fb-Button\" \/>\n                            <\/a>\n                        <\/div><div class=\"fcbkbttn_like \"><fb:like href=\"http:\/\/forzaliberta.com\/blog\/2023\/09\/6-liberta-assoluta-1-2\/\" action=\"like\" colorscheme=\"light\" layout=\"standard\"  width=\"225px\" size=\"small\"><\/fb:like><\/div><div class=\"fb-share-button  \" data-href=\"http:\/\/forzaliberta.com\/blog\/2023\/09\/6-liberta-assoluta-1-2\/\" data-type=\"button_count\" data-size=\"small\"><\/div><\/div>\n<p>14 GENNAIO, ORE 10:40<\/p>\n\n\n\n<p>Alla riunione arrivo in ritardo. Sono gi\u00e0 tutti seduti attorno al grande tavolo in cristallo al centro della stanza: una macchia di luce nel riquadro dell\u2019ufficio poco arredato. \u00c8 mattino, ma il sole \u00e8 gi\u00e0 alto sopra i tetti delle case e la luce filtra attraverso i vetri scuri delle ampie finestre. Deve fare molto freddo fuori, le strade sembrano ancora paralizzate dal gelo della lunga notte di gennaio e persino lo scorrere delle automobili, solitamente frenetico e incessante, appare irrigidito dai giorni pi\u00f9 freddi di questo interminabile inverno.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualcuno mi guarda e accenna un saluto con un impercettibile movimento del capo. Prendo posto, mi verso un bicchiere d\u2019acqua e cerco di recuperare il filo del discorso. A parlare \u00e8 la responsabile del settore innovazione, una donna dalla voce eccezionalmente profonda, nascosta in un corpo minuto e perfetto, nonostante gli ormai non pochi anni alle spalle. Ero stato io stesso ad assumerla. Sta mostrando dei grafici e ne spiega i dettagli con decisi movimenti delle mani. \u00c8 per molti un\u2019incredibile oratrice, di quelle a cui \u00e8 difficile negare qualcosa. La guardo, ma non la ascolto. Sprofondato nella capiente poltrona nera non posso fare a meno di pensare all\u2019ultima telefonata: avr\u00f2 fatto bene a farla? Avrei dovuto forse aspettare di avere qualche informazione in pi\u00f9? Ogni notizia che ricevo sul lavoro \u00e8 riservata. Avrei dovuto starmene zitto o almeno non essere cos\u00ec precipitoso. Eppure qualcosa dovevo fare, c\u2019\u00e8 troppo in gioco\u2026 in fondo non ho fatto nulla di male, spero solo non mi abbiano sentito\u2026 spero che mi abbia creduto\u2026 avrei dovuto spiegarmi meglio\u2026 avrei\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>Fine del primo intervento. Me ne accorgo perch\u00e9 la stanza, solo qualche attimo prima immobile, prende di colpo vita seppur con movimenti lenti e discreti. Qualche collega si alza per sgranchirsi le gambe, qualcun altro scambia qualche osservazione con chi ha di fianco. Mi alzo anche io e mi guardo intorno. La luce al neon mi infastidisce gli occhi e cos\u00ec mi dirigo verso la porta, dove \u00e8 stato allestito un tavolino con delle caraffe di t\u00e8 e di caff\u00e8, che verso nel bicchiere e bevo d\u2019un fiato, senza preoccuparmi di verificare che non fosse ancora troppo caldo. \u201cCome stai, tutto bene?\u201d Mi giro di scatto. Luca mi scruta da dietro gli occhiali spessi, anche lui sta versandosi del caff\u00e8. Ribatto con un sorriso e un\u2019alzata di spalle \u201cal solito\u201d, concludo. Abbiamo la stessa et\u00e0 ma lui sembra ancora il ragazzo con cui frequentavo le lezioni di matematica all\u2019universit\u00e0, tanti anni fa. Quante ne abbiamo passate insieme! \u201cHai l\u2019aria stanca\u201d, sentenzia mentre torna a sedersi. Pu\u00f2 sembrare sia facile rispondere a questa domanda: sto bene, sono all\u2019apice della mia carriera e sto raggiungendo gli obiettivi che mi ero fissato, anche quelli pi\u00f9 difficili. Eppure da un po\u2019 di tempo fatico a mettere insieme una risposta sincera. Non perch\u00e9 non sappia come mi sento, ma perch\u00e9 descrivere come sto, spiegarlo richiederebbe troppo tempo e genererebbe una catena di domande alla quale io stesso non voglio rimanere imprigionato.<\/p>\n\n\n\n<p>Riprendo posto. Ora a parlare \u00e8 il responsabile commerciale. Questa volta ascolto, mi concentro, cerco perfino di prendere appunti. Mi rendo conto che la mia scrittura \u00e8 diventata incomprensibile e disordinata, complicata come le giornate che si susseguono da mesi. Seguo la presentazione ma i pensieri riaffiorano poco a poco nella mia mente: riprendono vita, schizzano, si rincorrono tra loro e in silenzio si appropriano della mia attenzione. In un batter d\u2019occhio si sono fatte le 13:00. L\u2019atmosfera si fa meno gravosa e mentre tutti gli altri si preparano per andare a mangiare io mi alzo velocemente per tornare nel mio ufficio. \u201cFinalmente un po\u2019 di silenzio\u201d, penso. Raccolgo dal tavolo la cartelletta che per\u00f2 \u00e8 aperta: cadono per terra un pacchetto di sigarette vuoto e le scatole azzurre di pastiglie contro l\u2019emicrania. Raccolgo tutto e attraverso il corridoio senza fermarmi, senza incrociare lo sguardo degli altri.<\/p>\n\n\n\n<p>La mia stanza \u00e8 in cima alle scale, al quinto e ultimo piano dell\u2019edificio. Ero stato io stesso a sceglierla perch\u00e9 dalle sue ampie vetrate mi piaceva osservare il cielo e, soprattutto, le colline lontane puntellate di ulivi. Mi ricordavano quelle della mia giovinezza, rigate dai filari ordinati dei vigneti: quelle che scalavo col nonno la domenica, cercando nidi e divertendomi a scovare le impronte degli animali. Salivamo cantando vecchie canzoni e, mentre lui mi insegnava i nomi dei fiori e degli arbusti, io riempivo il cestino di more o di funghi. Non ricordo pi\u00f9 quei nomi ora, come non ricordo il profumo dei prati o il bruciore di quando le mie ginocchia nude sfregavano contro la pietra dei muretti a secco. Non ricordo nemmeno la leggerezza dei giorni di festa. Accosto le tende, lo spazio si restringe al presente. Quel bambino con le mani sporche di fango se ne sta altrove e altrove \u00e8 ormai un tempo perduto, incastonato tra la nostalgia e la dimenticanza.<\/p>\n\n\n\n<p>Il bianco delle mura fa percepire la stanza pi\u00f9 ampia di quanto sia in realt\u00e0. Ci sono due pesanti librerie colme di manuali, ma fogli e raccoglitori sono sparsi un po\u2019 ovunque. Due vecchie racchette da tennis riposano contro una parete: una era mia mentre l\u2019altra apparteneva a mia madre, molto pi\u00f9 portata di me nello sport. La scrivania rimane immobile al centro della stanza e a dispetto di tutto il resto \u00e8 sempre ordinatissima: nessun inutile soprammobile, nessuna fotografia ne viola lo spazio. Il piano in elegante velluto, i cassetti in legno massello, sono l\u2019incanto della carriera. \u00c8 qui che passo la maggior parte del mio tempo, ossequiando con diligenza l\u2019agenda giornaliera degli impegni. Me la consegna ogni sera il mio segretario, riposta entro una cartelletta scura, stampata a caratteri piccoli, cos\u00ec che io possa ricavare dello spazio per semplici annotazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche oggi giace sulla tastiera del computer. Gli appuntamenti, le riunioni, le telefonate, le scadenze, scandiscono la giornata di chi ha votato la propria vita al lavoro come le preghiere guidano quella del monaco. Alle 14:00 mi telefoner\u00e0 il responsabile dell\u2019area asiatica, alle 14:30 dovr\u00f2 ricevere alcuni candidati per le nuove assunzioni, alle 16:00 l\u2019ennesima riunione con il consiglio di amministrazione. Nel frattempo mi attendono cumuli di carte da vagliare e firmare.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi siedo, accendo il computer, mi immergo nelle mail ricevute. Dimentico perfino di mangiare. Lo realizzo solo nel tardo pomeriggio quando qualcuno, negli uffici accanto, comincia a prepararsi per fare rientro a casa. Io bevo caff\u00e8 amaro e appoggio un momento i gomiti sulla mia scrivania, mantenendo la tazza a mezz\u2019aria. \u00c8 la stessa scrivania dove ho passato l\u2019intera giornata di ieri, dell\u2019altro ieri e del giorno prima ancora. Giorno, notte, di nuovo giorno. Osservo le mie mani nodose e pallide spuntare dalle maniche del pullover di lana. Mi ascolto pensare avvolto nel silenzio sontuoso della stanza. Avverto pace: dopo tutto a casa nessuno mi aspetta.<\/p>\n\n\n\n<p>Spalanco la finestra e un\u2019onda di gelo e di buio mi colpisce il volto. Respiro lentamente, come solo respiravo certe notti in montagna quando, ostinato, non volevo rientrare al rifugio per restare seduto sulle rocce umide a guardare il cielo e le stelle. I ricordi si presentano spesso senza un invito, quando meno te lo aspetti. Basta un suono, un dettaglio e te li ritrovi davanti come velocissimi lampi di vita, ma io mi infilo la giacca e scendo per cercare qualcosa con cui cenare.<\/p>\n\n\n\n<p>Alle 20:00 rientro in ufficio. Non vi \u00e8 pi\u00f9 nessuno nel palazzo, ad eccezione del mio segretario che paziente se ne sta in piedi di fronte alla mia stanza, aspettandomi: \u201cNon ho appuntamenti per domani e dopodomani, non \u00e8 vero?\u201d Domando. \u201cNessuno, Alessandro\u201d. \u00c8 uno dei pochi a chiamarmi per nome.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi rimetto al lavoro occupandomi finalmente dei documenti ricevuti questa mattina che riguardano l\u2019asteroide che, secondo la NASA, sarebbe in rotta verso la Terra. Mantengo spenta la lampada: a farmi luce \u00e8 solo lo schermo del computer e l\u2019orologio che si illumina ogni volta che muovo il polso un po\u2019 pi\u00f9 velocemente del solito. Non bado all\u2019ora, per\u00f2. La possibilit\u00e0 di misurare il tempo si perde sotto la coperta della notte.<\/p>\n\n\n\n<p>Conosco ormai ogni rumore di questo ufficio: il brusio delle ventole dei macchinari, il tintinnio dei tubi, le moto che veloci attraversano la strada. Nessuno di questi suoni mi distrae. Ci siamo solo io e le lettere nere sul bianco brillante dello schermo. Lettere che piano piano si fanno meno nitide, che si assottigliano e confondono, che si mescolano in un &nbsp;torpore grigio, sempre pi\u00f9 opaco. Sono le 4:00 del mattino. Mi appoggio allo schienale della sedia e, incapace di ogni resistenza, mi abbandono a un sonno profondo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>14 GENNAIO, ORE 10:40 Alla riunione arrivo in ritardo. 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